Qualche giorno fa, la TV Svizzera mi ha intervistato in relazione al mio prossimo espatrio. Una domanda è stata: “Cosa dovrebbe fare il governo italiano per arginare la ‘fuga dei talenti’?”. Al di là la risposta che ho dato al momento (che sarà trasmessa il prossimo 5 maggio e visibile in streaming), ho continuato ad interrogarmi sulla questione arrivando alla conclusione che l’azione politica non è sufficiente ad arginare questo fenomeno.
Nonostante le iniziative –sicuramente in buona fede - di benefici fiscali, di incentivazione all’imprenditoria giovanile, dei pochi strumenti sociali a sostegno dell’occupazione, esiste un problema culturale di fondo che investe non solo il mondo del lavoro ma tutto il sistema sociale.
La questione è: nel caso in cui si riesca a trattenere economicamente il “talento”, quale prospettiva e ambiente di lavoro gli viene dato? Avrà la possibilità di far valere le proprie competenze? Più semplicemente, riuscirà a realizzarsi come persona?
Il fattore economico è l’ultimo dei problemi di chi decide di espatriare, o meglio è la conseguenza. E’ la gestione di fatto basata su “raccomandazioni”, “amicizie” e “baronismi” quello che più disgusta. E’ la mancanza di riconoscimento dei meriti, dove il merito è degli altri, il lavoro e le responsabilità sono le tue. E’ il “blocco” della carriera, il “blocco” dei successi personali, la difficoltà di realizzare le proprie idee sia da imprenditore sia da dipendente e, quindi, di realizzarsi come persona. E a ben guardare e osservare, è il sistema delle “amicizie” che è divenuto l’unico strumento di valutazione. Non conta ciò che sei o quanto vali, ma chi conosci e quanto sei in grado di “ricattare” la controparte. Ricatto che si esprime, più semplicemente, in quanto puoi essere utile a chi ti appoggia.
La politica ha un ruolo importante nel sistema-paese, nella definizione di politiche di incentivazione, ma difficilmente può intervenire nella sua “cultura” perché essa stessa ne è l’espressione e, quindi, non può comportarsi in modo diverso. Gerontocrazia , conflitto di interessi, “furbetti del quartierino” sono espressione di un modus operandi radicato nel popolo italiano. E nessuno di noi ne è immune, anche nei piccoli gesti come, ad esempio, il farsi anticipare la visita specialistica dall’amico dottore; il dare in gestione l’attività a proprio figlio, ma andare ogni giorno a dirgli come deve fare. Dimensioni diverse per uno stesso approccio culturale.
La politica, quindi, potrà effettivamente essere lo strumento solo nel momento in cui sarà espressione di una nuova cultura.